L’albero della notte
Guadalupe Dueñas
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Traduzione: Giulia Zavagna
Introduzione: Beatriz Espejo
Pagine: 224
Isbn versione cartacea: 978-88-32107-84-5
La scrittrice messicana che soffriva per «l’infrangersi delle anime», vincitrice del Premio José María Vigil, nella sua prima traduzione italiana.
Rintocchi di campane nel buio, specchi oscurati, gardenie trasparenti e fredde rose: così si apre “L’albero della notte”, il racconto più celebre della raccolta che inaugurò la fortuna di Guadalupe Dueñas, autrice dalla scrittura magnetica, beffarda e potente la cui fama ha superato l’oblio in cui lei stessa presagiva sarebbe precipitata, affinché un giorno potesse occupare il posto di sacerdotessa del racconto che le spetta.
Come dichiarò la scrittrice: «Nei miei racconti non esiste la fantasia. Sono assolutamente realista nella scrittura. Quando i benevoli critici affermano che ho molta immaginazione, mi vergogno. Mi succede tutto, perfino i sogni. Ho vagato per quei sogni». Non ci sarà, perciò, da stupirsi se il confine tra i due regni a poco a poco sarà quasi impossibile da distinguere, né se udiremo nel buio una risata cristallina, dolente e divertita insieme: Guadalupe è davvero tornata, questa volta per restare.

Guadalupe Dueñas (Guadalajara, 19 ottobre 1912 – Città del Messico, 13 gennaio 2002) è stata una scrittrice, poeta e saggista messicana, annoverata tra le migliori autrici di racconti del Novecento.
Figlia di Miguel Dueñas Padilla, di origini spagnole, e Guadalupe de la Madrid García, di ascendenza libanese, Guadalupe è la secondogenita di quindici tra fratelli e sorelle, di cui solo otto raggiunsero l’età adulta. Il padre, il cui fervore cattolico sfocia nell’ossessione, imprimerà alla sua educazione una profonda impronta religiosa che influenzerà Guadalupe per tutta la vita.
Il suo esordio letterario, nonostante una precoce e febbrile attività di scrittura, arriva quasi per caso. In occasione di una fiera del libro, un suo piccolo volume autoprodotto fa immediatamente parlare di sé, poiché tra gli entusiasti acquirenti del libello ci sono nomi illustri come Alfonso Reyes, Octavio Paz e Julio Torri. Emmanuel Carballo, che all’epoca collaborava al prestigioso supplemento “México en la cultura” della rivista Novedades – insieme ad autori del calibro di Juan Rulfo ed Elena Poniatowska – riconosce immediatamente la qualità della scrittura, e contatta l’autrice per un progetto di pubblicazione.
Inizia così la carriera di Guadalupe Dueñas, che tra il 1958 e il 1991 pubblica sessantanove racconti, aggiudicandosi già al suo esordio, con L’albero della notte, il prestigioso Premio José María Vigil.
Ph. Ricardo Salazar Ahumada

«Guadalupe Dueñas ha creato un mondo unico. Ritengo che sia la migliore autrice messicana di racconti».
Elena Garro
«Dopo un immeritato oblio, l’opera di Guadalupe Dueñas, l’autrice che proclamava che “non sarebbe morta del tutto”, con quell’ironia giocosa che la caratterizzava, torna a materializzarsi attraverso la scrittura. A più di mezzo secolo dalla comparsa del suo primo libro, L’albero della notte, Dueñas sembra avvertirci che ogni avvenimento è regolato dai propri cicli temporali e che ciascuno di essi si compie quando arriva il suo momento vitale».
Patricia Rosas Lopátegui
«L’albero della notte è l’autentico contributo di Guadalupe Dueñas al racconto messicano. La peculiarità delle sue storie risiede nel virtuosismo psicologico, che le consente di trattare il bizzarro, il comico e l’orrorifico con pari disinvoltura ed efficacia».
The New York Times
«Guadalupe Dueñas non spiegò mai le proprie intenzioni estetiche, così come non rivelò le cause della sua sventura in amore, né le sue pene e le sue aspirazioni letterarie. Quel lavoro lo lasciava ai lettori».
Dall’introduzione di Beatriz Espejo
«Il mondo di Guadalupe Dueñas oscilla tra l’asprezza e la tenerezza: è agrodolce. Per metà realistico e per metà simbolico. Questi due piani non si contrappongono, si completano. Il simbolo la aiuta ad affrontare le astrazioni, a renderle tangibili, percepibili».
Emmanuel Carballo

«Di fronte alla casa della signorina Silvia gli occhi del piccolo Abel, inseparabili dalla finestra, inseguono lo sconosciuto che attende sotto la pioggia. I passi dello straniero vanno e vengono dal nulla al nulla, lenti, goffi, sottomessi. A volte si fermano, a volte esitano, a volte cadono. La sua aritmia disturba i vicini: sentono i passi sul cuore.
Da quando è apparso, per cinque giorni è rimasto ai margini della casa, con la stessa giacca rossa, con gli stessi pantaloni aderenti e le stesse scarpe da ballerino. Le donne gli spiano gli occhi, trasfigurati, come di zolfo, la bocca inflessibile, i gesti vuoti. Anche Abel guardava l’uomo oscillare come una fiammella, vedeva le sue braccia alzate quasi toccare la luna, la luna che vagava nella stanza di Silvia. Mentre Silvia, ridotta a una sagoma ossuta avvolta da un bagliore, pronunciava con mani nude qualcosa di simile a un addio».




